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Natalie Massenet: il futuro della moda è in un garage

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20 June 2013
Natalie Massenet: il futuro della moda è in un garage

Ha mollato il giornalismo per lanciare prima di tutti l'ecommerce. E ha vinto. Oggi Madame Netaporter è presidente della camera della moda inglese e spiega che la rivoluzione è in atto

Ha occhi azzurro ghiaccio, un caschetto biondo che sfiora la perfezione e un accento americano chiarissimo, ripulito da ogni forzatura. Natalie Massenet, ex redattore di moda e fondatrice di Netaporter.com, il sito di ecommerce di lusso più importante del mondo, ha oggi accettato un'altra sfida: far ritornare Londra una delle capitali della creatività e dello stilismo di moda, riportandola sul trono delle fashion week internazionali. La sua ferma volontà, ovviamente, incontra soprattutto un ostacolo: l'Italia e il suo sistema di stilisti e istituzioni che continua a non comunicare e soprattutto a non fare squadra. D.it l'ha incontrata in esclusiva per capire meglio cosa si nasconde dietro questa Margareth Tatcher del fashion system. Scoprendo un talento eccezionale e un esempio da seguire, soprattutto oggi che si cerca un amministratore delegato autorevole per la Camera Nazionale della Moda italiana.

Iniziamo da Netaporter.com e da quando hai lasciato l'editoria, nel 1998, per lanciare un business, l'ecommerce, in cui nessuno credeva...
Il fatto è che ho sempre pensato agli affari come a qualcosa che non poteva esistere prima. Mi spiego: se un business è già sul mercato, non hai bisogno di inventarlo e soprattutto non ne ricaverai abbastanza successo. Occorre sempre pensare a ciò che non esiste ancora. Io dico sempre che, è vero, tutti abbiamo limiti. Ma dobbiamo imparare a fidarci dell'immaginazione della creatività, qualità che non conoscono limiti. La moda, poi, è basata su queste caratteristiche e richiede persone che pensino fuori dal coro. Con la rivoluzione contemporanea, poi, è chiaro che non si possono più seguire le leggi di ieri. Oggi gli abiti arrivano nei negozi nei tempi sbagliati, facciamo sfilate di collezioni per un sistema che ci mette sei mesi a presentarle nelle boutique, mentre i consumatori sono pronti ad acquistarli due secondi dopo. Certo, tutto il fashion business è legato alle tempistiche dei produttori di tessuto e ai confezionisti. Ma qualcosa deve cambiare. E presto.

Cosa suggerisce, quindi, in un mondo così veloce e rivoluzionato?
Di tornare a fare soltanto quello che si sa fare meglio. Ai giornalisti dico di fare i giornalisti al massimo della potenza, di diventare ancora più autorevoli, di dire 'questo sì e questo no'. Siate gli arbitri del gusto, le persone ne hanno bisogno. Ai compratori e ai proprietari di boutique direi di enfatizzare al massimo l'esperienza di shopping rendendola unica e speciale. E di offrire prodotti meravigliosi e mai visti prima. Il resto sarà shopping online 24 su 24, con una velocità sempre più crescente.

Perché hai accettato l'incarico di presidente del British Fashion Council, la camera della moda inglese? E dove vorresti portare questa istituzione?
In troppi pensano che io sia arrivata per allungare la settimana della moda di Londra. Si sbagliano. Il mio obiettivo è molto, molto diverso. E più grande. Si tratta, infatti, di aumentare l'export, di creare nuovi posti di lavoro, di aumentare il numero dei nuovi marchi inglesi. E di agire tantissimo sull'educazione, a partire dalle scuole. Voglio che da domani qualunque ragazzo con una buona idea creativa possa avere tutti gli strumenti per capire come, quando, dove e cosa avere per lanciare il proprio business. Agiremo sulle scuole, sulle università, sulla London School of Economics per far capire quanto possa essere redditizio e proficuo investire nel fashion business. Non limitatevi a guardare i marchi inglesi che tornano a Londra a sfilare lisciando altre capitali della moda. Il quadro è molto, molto più vasto.

In Italia, però, la nuova compagine della Camera Nazionale delle Moda è piuttosto preoccupata del suo lavoro...
L'Italia è e resta il posto più incredibile al mondo per la manifattura. Non mi sogno nemmeno di eguagliarvi, sbaglierei di grosso. Al contrario: occorre sempre ragionare con un'ottica di collaborazione. Però ognuno deve fare al meglio quello che fa. E non bisogna preoccuparsi se domani, forse, Stella McCartney lascerà Parigi per venire a sfilare a Londra come ha fatto Burberry con Milano. Il problema non è questo: oggi tutto sta diventando globale, il dove presenti il tuo lavoro diventerà sempre più un problema secondario.

A proposito. Cosa pensi della sfilata di moda? Ai tempi della velocità d'informazione di internet, non rischia di essere uno strumento obsoleto?
Il problema, a mio parere, è che si continua a pensare alle sfilate come ad eventi per addetti ai lavori mentre oggi invece sono show per il pubblico, per i consumatori finali. Nel mio piccolo, ho 20.000 follower su Instagram, tre secondi dopo che ho visto un look di sfilata, lo possono vedere anche loro. E sono tutti acquirenti, persone che vogliono acquistare subito. Pensate all'orologio che sta lanciando Apple: credete, forse, che lo presenteranno parlando in un microfono a pochi giornalisti e dicendo che tra sei mesi arriverà in negozio? Non funziona più così, bisogna assecondare maggiormente i nuovi desideri dei consumatori. In Italia, però, vive uno dei miei maggiori idoli: è Miuccia Prada. Ecco, secondo me lei è un genio nel farsi seguire. Quando il mondo va a destra, lei va a sinistra e tutti la seguono. E la stagione dopo il contrario. D'ora in poi questo tipo di dinamica dovrà essere sempre più legato alla velocità di consumo.

Parla molto di giovani. Qual è il suo consiglio per chi si affaccia a questo business oggi?
Una delle mie migliori raccomandazioni è che non si possono ascoltare troppo i leader delle aziende perché sono esperti di idee vecchie. Ovviamente, è una provocazione e io per prima mi metto tra i vecchi, visto che il business che ho lanciato ha più di 10 anni. Lo ripeto: non farai un business di successo inseguendo un modello di business già esistente. Bisogna guardare ai consumatori, non agli esperti. In un certo senso, bisogna educarsi a una sana attitudine al rischio, il che non significa non rispettare chi è venuto prima di noi. Per due ragioni semplici. Primo: se insegui un business già esistente, se ti va bene avrai la metà dei suoi consumatori. Secondo: se crei qualcosa che non esiste, i consumatori arriveranno da te naturalmente e molto, molto più numerosi.

Vorrei fare un'ultima precisazione: ieri sera parlavo con un amico che lavora da Google. Mi diceva che tutti sanno cosa stanno facendo Facebook, Apple e Amazon. Ciò che non sanno è cosa stanno facendo due ragazzini in un garage. Perché loro sono un'azienda basata su due ragazzini in un garage. Ecco, se qualcuno vuole pensare a un nuovo marchio di moda, lo faccia in questi termini. Fatelo in un garage. Mettete le vostre creazioni su Instagram e chiedete: chi lo vuole? Purtroppo, la gente, i giovani pensano ancora che bisogna chiedere il permesso per lanciare il proprio business. Sbagliate: viviamo in un mondo completamente cambiato. Ed è un mondo, contrariamente a quanto si pensa, che offre un momento magnifico per chi ha un'idea creativa.